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La storia del backgammon
Nota: si sono fatte moltissime ipotesi sull'origine del backgammon, ma l'unica cosa certa è che si tratti di uno dei giochi più antichi del mondo. Il seguente testo è stato tratto dal libro "Il libro dei giochi", Gremesse Editori di autori vari e rappresenta un punto di vista piuttosto accreditato. Se avete qualche notizia aggiuntiva da integrare con il seguente oppure se volete segnalarci qualche fonte alternativa, non esitate e contattateci; se le vostre notizie saranno interessanti le pubblicheremo sicuramente!

Introduzione

Incerte sono le origini di questo gioco e le leggende che lo circondano servono solo a confondere le tracce. Quello che è certo è che i Romani adoravano giocare ad un gioco chiamato Duodecim scripta (di cui si parla più avanti), i cui principi fondamentali corrispondono a quelli del backgammon moderno. Con il tempo, i Duodecim scripta divenne la Tabula, che somiglia ancora di più al nostro gioco attuale, e che si diffuse in tutta l'Europa con il nome di Tavola.
Tra gli altri, la leggenda attribuisce la paternità della tavola reale ad Ardshir, primo re della dinastia dei Sasanidi, che regnò in Persia nel III secolo. Una leggenda indiana indica invece nel saggio Qaflan l'inventore di questo gioco. Comunque sia, è interessante supporre che l'inventore si ispirò probabilmente al ciclo annuale.

La tavola del Backgammon è composta di 24 frecce che corrispondono alle 24 ore della giornata; le dodici frecce di ogni metà corrispondono ai 12 mesi dell'anno, e i 30 gettoni ai giorni dei mesi. Si può andare ancora più lontano con le analogie e trovare corrispondenze tra il giorno e la notte ed i due dadi il cui tiro determina le mosse dei gettoni, e ancora fra i 7 giorni della settimana (ed i 7 pianeti allora conosciuti) ed il totale dei punti figuranti sulle facce opposte dei dadi (1 e 6, 2 e 5, 3 e 4). Ma tutto ciò è pura congettura e non ha importanza.
Quello che conta, è che nel corso dei secoli il Backgammon è andato diffondendosi nei quattro angoli del mondo e che, probabilmente, non è mai stato tanto popolare come oggi.


Duodecim scripta

L'orribile catastrofe di Pompei è stata per gli storici una fortuna. Quando nel 79 d.c. un'eruzione del Vesuvio seppellì la città sotto una spessa coltre di lava e di cenere, la vita quotidiana si rapprese in una capsula che doveva venire aperta soltanto 1800 anni dopo. Tra le migliaia di cose riportate alla luce nel corso dei primi scavi, figurano due dipinti murali che ornavano una taverna. In uno sono rappresentati due uomini seduti l'uno di fronte all'altro davanti ad una tavola da gioco. Il giocatore di sinistra tiene il bussolotto dei dadi e dice: "Exi!" (sono uscito). L'altro indica i dadi e dice: "Non tria, duas est!" (non è un tre, è un due). Nel secondo affresco, i giocatori si sono alzato per scambiarsi insulti e percosse, mentre l'oste li spinge verso la strada dicendo: "Itis foras rixatis!" (andate a battervi fuori).

Causa del litigio di questi personaggi era un gioco, molto popolare a quei tempi, I Duodecim scripta, o "le dodici righe". Numerose sono, nella letteratura romana, le allusioni a questo gioco, antenato del Giacchetto, del quale sono state riportate alla luce diverse tavole, la maggior parte composte di caselle di 3x12 cm, chiamate punti. Questi punti portano dei simboli o delle lettere che formano una frase, in genere scherzosa o offensiva. I giocatori lanciavano dadi cubici, contrassegnati da 1 a 6, per determinare il modo in cui un certo numero di pedine sarebbero state introdotte nel gioco, spostate secondo un certo percorso, e infine ritirate. Per tirare i dadi si usava un "fritilus" o "pyrgus", torretta con scaletta interna per evitare ogni possibilità di imbroglio.
Alla fine dell'epoca romana i giochi d'azzardo facevano furore e in essi venivano investite enormi somme di denaro.

Si dice che l'imperatore Nerone scommettesse fino a 400.000 sesterzi a punto (qualche decina di milioni di lire) e che Commodo, un altro imperatore romano, avesse trasformato il palazzo reale in casinò. Popolarissimo per molto tempo, questo gioco cadde in disuso nel corso del primo secolo dell'era cristiana soppiantato dal Tabula che ne è una variante, con due sole file di punti.
Alla pari di molti altri giochi dell'antichità le regole non sono state ritrovate. Diversi specialisti hanno tentato di ricostruire i Duodecim scripta; ai loro tentativi si ispira la versione riportata sul libro da cui è tratta questa pagina.


Tabula

Il tabula, versione modificata dei Duodecim scripta, si diffuse negli ambienti raffinati nel corso del primo secolo dell'era cristiana. Lo storico romano Sventonio scrive che l'imperatore Claudio (41-54 d.c.) era talmente appassionato di questo gioco che, oltre a dedicargli un libro, aveva fatto appositamente predisporre una tavola nel suo carro per giocare durante gli spostamenti. Il Tabula restò popolare per molti secoli e si diffuse in numerose contrade; in Grecia veniva infatti chiamato "table'", in altri paesi "alea".

Essendo erroneamente considerato da molti un puro gioco d'azzardo, anche se invece in realtà la componente fortuna è mescolata a strategia e abilità, attirò a sproposito l'attenzione della chiesa (che a quei tempi si dilettava a condannare Galileo, rinunciare alle sue scoperte e a mandare Giordano Bruno al rogo). In Spagna, il 79mo canone del Sinodo di Elvira (305 d.c. circa) condannò coloro che giocavano a Tabula per denaro, mentre nel Codice di Giustiniano (730 d.c. circa) venne fatto semplicemente divieto al clero di giocarvi. Più tardi, la Chiesa russa estese tale divieto a tutta la popolazione, specificando che "nessun prete né fedele poteva giocare al Zerniyu (l'Azzardo), al Shakhmate (gli Scacchi), o al Tablei (il Tabula)".
La differenza fondamentale fra il Tabula e i Duodecim scripta è la soppressione della fila centrale di punti. A parte ciò, lo svolgimento della partita era più o meno analogo, con la sola differenza che le pedine di entrambi i giocatori venivano introdotte nello stesso settore della tavola, particolare che annuncia chiaramente il Backgammon moderno.

Il Tabula si distingue dal Backgammon per il fatto che le pedine, invece di partire da posizioni fisse sulla tavola, dovevano esservi prima introdotte; le pedine dei due avversari si muovevano nello stesso senso e non in senso contrario, e si usavano tre dadi invece di due. Inoltre gli scritti classici non ci indicano con precisione se si poteva ritirare una pedina dal gioco prima che tutti gli altri pezzi avessero raggiunto l'ultimo settore della tavola.
Il Tabula (più tardi "tavola") conobbe diverse versioni nel corso dei secoli, fino ad arrivare al nostro Backgammon (tavola reale) o al nostro Giacchetto. Per esempio, la terza parte del sontuoso manoscritto realizzato nel XII secolo per ordine del re di Spagna Alfonso X, contiene la descrizione di 15 giochi da tavola diversi. In certe remote regioni dell'Islanda si usano ancora tavolieri paragonabili a quelli della fine dell'epoca romana per giocare ad un gioco chiamato "ad elta stelpur", cioè "la caccia alle ragazze".


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